Il prefetto Cortese racconta la fine della latitanza di Bernardo Provenzano
- Redazione Anps

- 1 giorno fa
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Ci sono date che segnano il confine tra il mito dell’impunità e la vittoria dello Stato. Per l'Italia, quella data è l'11 aprile 2006. Per la questura di Pavia, il 6 maggio è stato il giorno in cui quel confine è stato raccontato dalla voce del suo protagonista: il prefetto Renato Cortese.
La lotta alla mafia entra nelle aule scolastiche non come lezione teorica, ma come testimonianza viva, e diventa il cuore pulsante di un laboratorio permanente dove gli studenti, dopo un percorso di analisi sulle stragi e le guerre di mafia, diventano interlocutori diretti dell'uomo che l'11 aprile 2006 spezzò il mito dell'invincibilità.
Bernardo Provenzano è rimasto nell'ombra per 43 anni, governando Cosa nostra attraverso un impero di carta fatto di "pizzini" e silenzi. A spezzare quell'incantesimo di invincibilità fu un giovane funzionario della Polizia di Stato a capo della sezione "Catturandi" della questura di Palermo: Renato Cortese.“Senza memoria non c’è futuro, ha dichiarato il questore Di Clemente, portare la testimonianza del prefetto Cortese davanti ai ragazzi degli istituti Cairoli, Volta, Copernico, Cardano e Maria Ausiliatrice, significa mostrare loro che la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana di coraggio”.
L’incontro di Pavia, cuore pulsante del “Laboratorio sulle Mafie”, ha ripercorso l'epopea investigativa che portò lo Stato a varcare la porta del casolare di Montagna dei Cavalli. Un successo nato non dal caso, ma da anni di pedinamenti, analisi ossessive e dalla determinazione incrollabile di chi non ha mai smesso di credere che nessuno sia fuori dalla portata della Giustizia.
Non è stata una celebrazione, ma un passaggio di testimone. Attraverso l'intervista condotta da Laura Piva di Mediaset e Alessio Ribaudo, del Corriere della Sera, il prefetto Cortese, oggi Direttore centrale delle specialità della Polizia di Stato, ha svelato l'uomo dietro l'investigatore: la scelta della divisa, il peso delle responsabilità e l'emozione indelebile di quel "colpo di scacco" che ha cambiato la storia d'Italia.Il prefetto Cortese ha aperto il suo intervento raccontando di una scelta di vita, entrare in Polizia, nata tra le ingiustizie respirate sin da bambino nel proprio paese d’origine. Il senso di impotenza di fronte all’arroganza mafiosa lo ha spinto a indossare la divisa per stare dalla parte dello Stato e impegnarsi quotidianamente a contrastare le logiche criminali, a protezione di chi subisce il peso della prevaricazione.
Rivolgendosi ai ragazzi, il Prefetto ha ripercorso i lunghi anni di indagini che hanno preceduto la cattura di Bernardo Provenzano, descrivendo un lavoro di analisi ossessiva e silenziosa, lontano dai riflettori, necessario per scardinare un sistema di comunicazione arcaico ma efficace basato sui "pizzini". Dalla scoperta dei primi messaggi scuciti dall'orlo dei pantaloni di un detenuto, fino al pedinamento con l’ausilio della tecnologia, che ha permesso di monitorare i vari livelli di consegna, Cortese ha svelato i dettagli di quell'11 aprile 2006: l’attesa febbrile in un gabbiotto a poca distanza dal casolare a Montagna dei Cavalli, l’osservazione di un filo d’erba che nascondeva l’obiettivo di una telecamera e, infine, il segnale decisivo di una mano che spuntava da un uscio per ritirare la spesa. "Quando sono entrato in quel casolare, è stato come se lo conoscessi da sempre", ha ammesso il Prefetto, descrivendo l'emozione di trovarsi davanti a un uomo che non aveva un volto ufficiale dal 1963, ma di cui conosceva ogni abitudine, dalle cure per la prostata alla passione per la cicoria selvatica. Cortese ha concluso ricordando il clima di terrore delle stragi del 1992 e il sacrificio dei colleghi caduti, sottolineando come l’applauso spontaneo dei cittadini siciliani sotto la questura di Palermo, quel giorno di vent’anni fa, abbia segnato non solo la fine della latitanza del "capo dei capi", ma l'inizio di un percorso di liberazione collettiva che oggi deve essere portato avanti proprio dalle nuove generazioni.L’evento, nato dalla stretta sinergia con gli istituti Cairoli, Volta, Copernico e Cardano, definisce la questura di Pavia non solo come baluardo di sicurezza, ma come autentica officina di cultura e cittadinanza attiva. In questo fantastico rapporto tra Polizia di Stato e mondo della scuola, la legalità smette di essere norma per farsi coscienza collettiva, trasformando l'aula magna della Questura in un cantiere aperto dove si forgiano i custodi del domani.


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