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35° anniversario del Servizio centrale di protezione


35° anniversario del Servizio centrale di protezione
35° anniversario del Servizio centrale di protezione

Si è tenuta oggi, all'auditorium "Carlo Mosca" della Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, la cerimonia celebrativa del 35° anniversario dell'Istituzione del Servizio centrale di protezione alla presenza del sottosegretario all'Interno Nicola Molteni e del capo della Polizia Vittorio Pisani.

All’evento hanno partecipato la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo e il sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo Domenico Gozzo.

Presenti anche il vice capo vicario della Polizia Carmine Belfiore, i vice capo della Polizia Raffaele Grassi e Giancarlo Di Vincenzo e il direttore del Servizio centrale di protezione Scafuri.  

Nel pomeriggio, si è svolto un workshop con l’intervento di rappresentanze di organismi internazionali e di diversi rappresentanti delle Forze di polizia estere in cui sono stati esaminati i profili di cooperazione europea nell’ambito della protezione.

Il Capo della Polizia Pisani, durante il suo intervento, ha ricordato che la storia del Servizio centrale di protezione ripercorre, per certi aspetti, quella del nostro Paese. 

Pisani ha parlato dell'evoluzione normativa che dagli anni ‘90 ha portato all'attuale sistema della collaborazione di giustizia. "Parlare di tale evoluzione significa anche parlare della storia del contrasto alla criminalità organizzata, che affonda le sue radici nella legge Rognoni-La Torre, che per la prima volta introdusse nell'ordinamento il reato di associazione mafiosa e consentì l'aggressione dei patrimoni mafiosi".

Il Capo della Polizia ha ricordato Giuliano Vassalli, padre della legge istitutiva del Servizio centrale di protezione e del codice di procedura penale, strumento di lavoro per tanti magistrati e investigatori."

Pisani ha sottolineato che dal 1991, quando fu istituito il Servizio centrale di protezione, la politica maturò la consapevolezza della necessità di una normativa omogenea e organica sul fenomeno criminale mafioso. "Oggi noi raccogliamo questa eredità normativa e di impegno di magistrati e Forze dell'ordine nel contrasto alle mafie, un'eredità che, in vero, trova il suo primo nucleo negli anni ‘80 con la creazione del Nucleo centrale anticrimine per il contrasto alla mafia palermitana, poi diventato Servizio centrale operativo fra i quali direttori ricordo i Capi della Polizia, Gianni de Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa."

Il Capo della Polizia ha affermato che "ricordare la storia del Servizio centrale di protezione significa dedicare la giusta attenzione alla storia del nostro paese, una storia fatta anche di collaboratori di giustizia che hanno permesso di disarticolare associazioni criminali e di intuizioni della politica, della magistratura e delle Forze di polizia per rendere Sistema quella che è stata un'esperienza investigativa, operativa e di conoscenze. "Oggi abbiamo il dovere di rendere questo Sistema di contrasto più funzionale e aggiornato alle esigenze e di trasferirne principi e valori a chi verrà dopo" ha concluso Pisani.

Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni nel corso del suo intervento ha sottolineato che “Questa ricorrenza non è solo simbolica, ma rappresenta un'occasione concreta per riaffermare il valore del sistema di protezione come uno dei presidi fondamentali nella strategia dello Stato contro la criminalità organizzata. La lotta alle mafie non ha e non deve avere colore politico. La scelta della legalità chiama lo Stato ad una responsabilità forte ed autorevole nella lotta alla criminalità, nel segno dell'abnegazione, del senso del dovere e del sacrificio di chi, come Giovanni Falcone, ha lasciato questa eredità".

Il Servizio centrale di protezione, istituito nel 1991 con un provvedimento legislativo ispirato dal giudice Giovanni Falcone, è composto da operatori delle 4 Forze di polizia italiane, Polizia di Stato, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza e Polizia penitenziaria e da personale dell'Amministrazione civile dell'Interno costituisce un unicum che garantisce la tutela dei testimoni e dei collaboratori di giustizia.

Il Servizio è la naturale evoluzione dell’Alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa che, istituito nel 1982, venne sostituito dal nuovo Ufficio che venne pensato come libero da qualsiasi compito investigativo e con il compito esclusivo di gestire la mimetizzazione dei collaboranti con la giustizia.

L’Ufficio nel corso di 35 anni di attività, composto da circa 600 operatori su tutto il territorio nazionale, ha garantito la mimetizzazione, la protezione e l’adempimento degli impegni giudiziari di diverse migliaia di persone.

Il Servizio ha 19 articolazioni territoriali dipendenti sull’intero territorio nazionale che hanno il compito di gestire direttamente ed in maniera discreta l’intera popolazione protetta.

Nato da una esigenza di garantire le persone che decidono di collaborare con la giustizia, il Servizio di protezione s’è dimostrato uno strumento di rilevanza cruciale nella disarticolazione di organizzazioni criminali che, fino ad un certo punto della storia d’Italia, sono rimaste del tutto impermeabili ai tradizionali mezzi investigativi.

Il Servizio di protezione svolge un essenziale compito di gestione della popolazione protetta che, al momento, è costituita da circa 3mila persone tra testimoni di giustizia, collaboratori e loro familiari. Tra questi, un’importanza particolare viene rappresentata dai minori che, al momento sono circa 800 sul territorio nazionale.

Punto fondamentale della protezione è rappresentato dalla assistenza psicologica all’intera popolazione protetta che viene sostenuta dall’ingresso all’interno del meccanismo tutorio fino al termine del percorso. Il fine, secondo quanto venne pensato dagli stessi ideatori del sistema tutorio non è semplicemente quello di dare protezione ma soprattutto di riconsegnare alla società una persona diversa ed inserita nel tessuto legale del Paese.

La legge del 1991 è stata, nel corso del tempo, oggetto di adeguamenti soprattutto finalizzati a distinguere la figura del testimone di giustizia da quella del collaboratore. Infatti nel 2001 la persona vittima della criminalità organizzata che trovava il coraggio di rompere il codice del silenzio e dell’omertà ha avuto il suo riconoscimento legale.

Soprattutto si sottolinea come la norma prevede per il testimone di giustizia, nella maggior parte dei casi un imprenditore, la possibilità di rimanere nella propria località d’origine senza affrontare il trauma dell’abbandono. Una grande affermazione di legalità. Lo Stato tutela e protegge la persona nel suo ambiente d’origine contro qualsiasi meccanismo intimidatorio.

Le nuove sfide per il sistema tutorio sono costituite da un lato dalla digitalizzazione dell’identità e dall’altro dalla adattabilità dello strumento tutorio anche ad altre minacce di tipo globale ed ibrido.

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